TOMMASO TALARICO: un esordio classico di viandanti e cantastorie.

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Benvenuto a Tommaso Talarico. Un esordio come piace a noi, classico, sincero, spontaneo, senza veli.

Si intitola “Viandanti (canzoni da un tempo distante)” pubblicato dalla RadiciMusic Records di Firenze.

E dietro una coltre di romantiche citazioni musicali, si cela il valore poetico di liriche leggere, di quel pop d’autore italiano che ha segnato intere generazioni. Di seguito il video ufficiale.

L’intervista a Tommaso Talarico

Benvenuto Tommaso. Benvenuto non solo sul magazine di M.I.E. ma soprattutto nel mondo discografico. Te lo aspettavi così come lo hai trovato?

Grazie a voi per l’ospitalità che mi concedete ! Diciamo che è un po’ presto per giudicare, l’album è appena uscito, non ho ancora capito quali insidie si nascondono dietro l’angolo, spero siano almeno pari alle belle sorprese ! Però si, finora è come lo immaginavo, anche per via dei racconti di amici cantautori con molta più esperienza di me

Un disco come “Viandanti (canzoni da un tempo distante)” sembra citare a pieno la scuola classica del cantautorato. Come mai sei rimasto immune dalle elettroniche e da tutte le distorsioni che oggi imperano su ogni fronte?

Credo che nel disco siano presenti molti influssi diversi tra loro, alcuni più classici e altri meno. In realtà c’era un pezzo concepito quasi interamente in elettronica, di
scrittura abbastanza recente, che dopo la pre-produzione ho deciso di escludere. A un certo punto ho capito che quello che volevo era un disco completamente suonato, che avesse sonorità che potessero spaziare dal rock,al jazz, alla canzone d’autore più classica. La maggior parte delle canzoni sono state scritte in periodi differenti, e gli arrangiamenti che abbiamo cercato con Gianfilippo Boni ci sembravano quelli giusti per renderle al meglio. Nei miei pezzi ci sono molti personaggi. Questi personaggi si muovono, fanno delle cose, pensano, soffrono e scherzano, quindi in fondo racconto,quasi sempre, una storia. I suoni con cui abbiamo vestito le canzoni ci sembravano più rispettosi e adatti per la mia scrittura, che è una scrittura per immagini. In realtà non ho niente contro l’elettronica e i suoni distorti ! Queste scelte per me devono essere compatibili con la storia che si narra e il linguaggio che si usa. Magari il prossimo disco sarà pieno di suoni elettronici o forse, chissà, sarà suonato solo con strumenti mediterranei!

La realtà della musica italiana.

Per un cantautore è l’ascolto il vero grande scoglio da superare. Oggi denunciamo tutti una carenza di attenzione, di ascolto, di curiosità. Da cantautore, come la vedi, come la vivi e come la combatti?

Credo che il problema della carenza di attenzione sia più ampio, e non riguardi solo la musica. Viviamo immersi nell’epoca dei social, della velocità, ci sono milioni di informazioni disponibili in maniera pressoché continua, è sempre più difficile concentrarsi su qualcosa stabilmente. Nella musica l’offerta è gigantesca, il consumo è immediato. Malgrado tutto ciò non sono d’accordo sul fatto che ci sia mancanza di ascolto e di curiosità. Sono convinto che molte persone sentano il bisogno di profondità, di concetti densi che arrivino con leggerezza magari, di cose che facciano pensare, forse proprio per reazione al mare di inconsistenza in cui siamo tutti immersi. Al termine del concerto che ho fatto il 30 aprile alle Murate, molti si sono avvicinati, hanno fatto domande, un ragazzo calabrese molto giovane ,che non conoscevo, mi ha ringraziato per “ Sud”. Eppure l’aveva ascoltata per la
prima volta. Nei giorni successivi in tanti mi hanno scritto, facendo osservazioni che mi hanno aperto nuovi punti di vista sulle mie stesse canzoni. Magari anche io non ho ancora capito qualcosa !Sottovalutiamo, a mio avviso, la capacità di comprensione delle persone. Non mi pongo nell’ottica di fare una guerra da “ultimi giapponesi” per la sopravvivenza della canzone d’autore. Uno spazio, anche piccolo, per farsi ascoltare, ci sarà sempre.

Un disco che in fondo, se non erro, cerca di restituire all’uomo il vero significato delle cose. E sono significati assolutamente attuali. Ti piace questa mia chiave di lettura?

È una chiave di lettura interessante. Quando scrivo cerco sempre di raccontare,e non so se mi riesce davvero, senza giudicare troppo. Mi piace pensare che le canzoni trovino da sole il loro vero significato, che a volte ha che fare con l’attualità a volte no. In un pezzo come “ In nome di Dio” ho tentato di raccontare il potere che ingabbia le menti e si giustifica in nome di un potere superiore , ma anche , io che non sono credente, il bisogno che tante persone hanno di avvertire una sacralità nell’esistenza e di credere in qualcosa, di avere fede. Ho provato a farlo con rispetto, malgrado io non abbia e non desideri la fede in un Dio.

Ricerchi spesso nella scrittura andamenti e strutture classiche. Come mai non avventurarsi in cose maggiormente originali? Non che sia un obbligo o un errore, sia chiaro…

Quando compongo una canzone il testo e la musica il più delle volte nascono assieme, e la musica cerco di pensarla sempre come se fosse una colonna sonora
di ciò che capiterà nella canzone, di quello che voglio dire o raccontare. Non so bene cosa si intenda per “originale”, in realtà non mi sono posto il problema. Alcuni pezzi del disco hanno una struttura che può essere senz’altro definita “classica”, però altri, come ad esempio “Storia di Lillo”, sono composti da più parti, che integrano la canzone d’autore con aperture e giri armonici che proprio classici non sono. Se intendi dire che non ho cercato sperimentazioni particolari, quello è vero. In questo momento non è nelle mie corde, magari lo sarà in futuro. Mi piace l’idea che qualcuno possa ricordare o cantare una mia canzone. Scrivere una cosa molto bella e semplice è, secondo me, un grande punto d’arrivo. Detto ciò, la grande pagina della canzone d’autore è già stata scritta, e forse tutti dovremmo fare uno sforzo per superarla, andare oltre. Non è semplice, e se devo dirla tutta non è che senta tutta questa originalità o ricerca in giro. Anche in gran parte della scena Indie che va di moda, mi pare che si giri allegramente su tre accordi senza troppi sensi di colpa.

Ti lascio con una domanda assai bizzarra ma secondo me opportuna: ma quanto è “rivoluzionaria” nella sua spiritosa leggerezza “Alla facoltà di lettere e filosofia”?

Mi piace questa domanda! Figurati che questa canzone io non volevo nemmeno inserirla nel disco, perché dopo la fase di pre-produzione non mi soddisfaceva granché, proprio perché mi sembrava un pezzo “facile”, in un certo senso. Mi sbagliavo evidentemente, perché molti mi chiedono di questo pezzo. E’ stato Gianfilippo Boni a insistere perché facesse parte del lavoro, e devo dire che grazie a lui, a Marco Fontana e a un magistrale Diego Sapignoli alle percussioni, siamo riusciti a trovare la quadra, il modo giusto e disincantato di proporla. Non so se la leggerezza sia “rivoluzionaria”, forse lo è un modo leggero di raccontare cose anche dense, sofferte. Mi viene in mente l’Italo Calvino delle “ Lezioni americane”, nel capitolo dedicato alla leggerezza, quando parla della “sottrazione di peso” dalla struttura del racconto, e di “leggerezza della pensosità” così come esiste una “leggerezza della frivolezza”. Magari può valere anche per le canzoni.

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