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Si intitola “9 il nuovo album in studio di CARLO BARBAGALLO

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Si intitola “9 il nuovo album in studio di CARLO BARBAGALLO
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Si intitola “9” il nuovo album in studio di Carlo Barbagallo, pubblicato il 5 maggio 2017 per una cordata di etichette indipendenti che vede collaborare insieme per la prima volta Trovarobato, Malintenti Dischi, Stereodischi, Noja Recordings e Wild Love Records.


“9” nasce dal lavoro di scrittura, arrangiamento e produzione svolto dall’artista siciliano negli intervalli tra i tour dei suoi svariati progetti e la sua attività di produttore artistico negli ultimi tre anni. Ma questo non è un side project, è proprio il suo contrario, questo è il progetto centrale di Barbagallo, un lavoro a cui ha dato forma giorno per giorno e su cui ha potuto riversare la sua maturazione artistica in questi anni. A fianco a lui, che firma tutte le nove canzoni, cantando e suonando tutte le chitarre e qualche basso, troviamo circa una ventina di musicisti in un asse che va da Siracusa a Torino e da Parigi a Montreal, passando per Berlino. I compagni di viaggio di Barbagallo hanno contribuito in questo periodo di gestazione a dare linfa all’idea musicale di Carlo, un mondo senza confini tra i generi, dal soul all’improvvisazione, dal funk al southern rock.

Negli ultimi mesi del 2016 Carlo ha completato il lavoro minuzioso di montaggio e missaggio del materiale, registrato con il proprio studio mobile in giro per l’Europa, dando una forma definita a questo album che rappresenta ad oggi il suo lavoro più ambizioso.

Il nove del titolo potrebbe essere considerato come una misura del tempo che scorre ma di significati e connessioni se ne potrebbero trovare tanti.
A cominciare dalla sua forma, uno “strano anello”, non un loop come uno 0, non senza limiti come un ∞, presenta una fuga e quindi non si risolve in stesso né si itera per sempre, descrive un ciclo e suggerisce dei modi per uscirne. La forma del numero nove si ritrova, come in un dipinto di Escher, celata o palese a molteplici livelli: dal numero dei brani alla struttura di essi, dall’artwork alle armonie.
Sicuramente il titolo è in stretta connessione con i testi e con quello che raccontano. Le canzoni di “9” narrano una storia, quasi un concept album (a la “Gentlemen” degli Afghan Whigs o a la “Serenade in Red” degli Oxbow, per intendersi) che racconta la crisi di una relazione “malata” e la sua risoluzione grazie ad una riflessione sul tempo trascorso.
Per quanto ad un primo ascolto “9” possa sembrare prodotto da una rock orchestra, a tutti gli effetti è un disco che si sviluppa intorno ad una concezione acusmatica del montaggio sonoro, che conserva però un’anima intrisa del migliore songwriting. Se non rischiassimo di entrare in un episodio di “Black Mirror”, potremmo anche parlare di un disco pop, in una concezione estremamente vasta di “popular” in cui tutta la musica registrata, in un mondo 3.0, viene considerata endemicamente pop.
Le influenze presenti rappresentano la vastità di vedute e del background dei musicisti coinvolti e la spontanea attitudine di Barbagallo a mescolare cinematograficamente suggestioni sonore alla Lynch. Dal punto di vista delle influenze coscienti ci sono dentro molti anni‘70: tanti Stati Uniti come in un tentativo di unire West & East Coasts con suggestioni Southern, quella deviazione intima degli archi tipicamente Black Soul, i racconti della biografia di Miles Davis e il Fusion Funk… e c’è anche lo spettro di Layne da Seattle e c’è l’odore del Sin’è, la Chicago degli Him e perchè no i Tortoise… Smog da qualche parte….ma c’è anche l’Inghilterra dei Traffic, gli ultimi dischi dei Family di Chapman, Phisical Graffiti nelle strutture e il primo Peter Gabriel in alcune melodie, John Martyn, ci sono citati pure i Talking Heads, anche Battisti, c’è il sax dei Morphine, poi ci sono ambientazioni desert tarantiniane a fianco al Komeda di Rosemary’s Baby, c’è il musical e c’è Michael Jackson, c’è Eno e c’è O’Rourke, c’è Mokassyn e c’è il free jazz… potremmo continuare ancora……ma la cosa più importante è che “9” definisce in pieno quello che oggi è il sound di Carlo Barbagallo, un sound maturo che potremmo definire “creolo”, una musica che non appartiene a nessun luogo e a nessun tempo.

Questi i numerosi compagni di viaggio: l’attrice Elaine Bonsangue che ha recitato e cantato in due brani, come pure Luca Andriolo (Dead Cat In A Bag), le batterie sono di Mauro Felice (Suzanne’Silver) e Emilio Bernè (L.B.B. / Noise Delivery), i violini di Giovanni Fiderio (Tapso II / Mashrooms), i bassi di Manuel Volpe (Rhabdomantic Orchestra), i contrabbassi di Michele Anelli (Noise Delivery), i fiati di Maurizio Busca (Rhabdomantic Orchestra), Pasquale Calò (Mediterraneo Radicale) e Sergio Battaglia; il compositore elettronico Remo De Vico (Studiolo Laps) ha curato l’elettronica, con il prezioso contributo anche dell’inventore di strumenti musicali Jean-Francois Laporte (Totem Contemporaine) e il maestro Stefano Bassanese (Scuola di Musica Elettronica del Conservatorio di Torino); al rhodes c’è Michele Gugliemi (Oaxaca), al piano e all’hammond Enrico Messina (Calavera), Stanislas Pili (CoMET) alle percussioni, Boto (Movie Star Junkies) a qualche chitarra fuzzosa, Luca Iorfida (Dead Cat In A Bag) al vibrafono.

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