PAOLO TOCCO racconta il suo terzo disco intitolato HO BISOGNO DI ARIA

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PAOLO TOCCO racconta il suo terzo disco intitolato HO BISOGNO DI ARIA
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“Ho bisogno di aria” è il terzo disco del cantautore abruzzese Paolo Tocco. Dal punto di vista musicale “Ho bisogno di aria” è un bisogno di tornare alle radici. “Ho bisogno di aria” è anche un romanzo in uscita per Lupi Editore in contemporanea con il disco. Una diapositiva cruda e a tratti volgare di quella vita quotidiana di provincia, un poco ai margini e un poco comune a molti che ostentano invece moralità e benessere, quella vita fatta e vissuta dentro le righe di quei retroscena segreti e assai piccanti di un protagonista che si chiamerà Henry.

Il racconto di Paolo Tocco

HO BISOGNO DI ARIA: un brano recuperato quasi per caso dalle scritture di un anno è finito poi ad essere il vero protagonista di tutto. Una canzone che da una perfetta immagine di tutto il leitmotiv di questo disco che punta alla rivalsa personale e non alla rivoluzione sociale.

Non si ha niente da insegnare anzi si ha il bisogno di tornare a poter imparare. L’immagine del fango, delle pietre, dei sorrisi inutili e delle facce dei professori…degli imbecilli in coro. A tutto questo si dice basta. C’è bisogno di aria nuova, di evasione…di tornare a non aver sempre un’opinione su tutto. C’è abbondanza di professori e di vip. Basta. C’è bisogno di aria.

BELLA ITALIA: il primo brano scritto sul pianoforte. Suonato interamente live in una sessione di Home Recording, “Bella Italia” vuole dare uno sguardo a cosa resta sotto le macerie. In questo periodo storico in cui l’Abruzzo e un po’ tutta l’Italia è scossa da eventi drammatici, si romanza un poco e con molto pudore su cosa si può trovare sotto le “macerie”.

Non passa mai la luce, non arriva mai la verità sotto le macerie, non ci sono mai i grandi del mondo…ci avete fatto caso che sotto le macerie ci sono sempre e solo i Santi, quelli che Faber chiamerebbe le Anime Contadine? C’è il popolo. C’è la vera Italia sotto le macerie. Ci siamo tutti quanti noi sotto le macerie, c’è anche chi ha la fortuna di guardarle dalla televisione…le macerie.

PIZZBURG: l’ispirazione diretta proviene da “Pittsburgh”, un bellissimo disco di Williams Fitzsimmons. Nella sintassi di questo nome c’è l’ironia che vuole un poco italianizzare la pronuncia di una delle città più brutte e industriali d’America, città natale di Andy Warhol tra gli altri.

Un brano scritto di getto che racconta di un uomo senza fissa dimora che gira per la città. Il suo racconto di vita che arriva puntuale a chiunque volesse fermarsi a parlare con lui piuttosto che evitarlo come si fa con i problemi. Il suo continuo ignorare chi o che cosa per non sentirsi perduto, per non morire dentro, per non tornare indietro. La vera libertà porta con se il peso di grandissime solitudini. Buio nelle vene, case di cartone e Angeli di Dio.

ARRIVANDO ALLA RIVA: primo estratto di questo disco che si arricchisce di un videoclip pubblicato lo scorso mese di Giugno. Il dramma e la tragedia degli sbarchi, la morte in riva al mare, l’arrivo su una terra come salvezza. Una riflessione dopo l’ennesimo servizio dei telegiornali e dopo l’ennesimo grande rumore mediatico. Da un paio di scarpe nuove alle facce di ragazzi che a stento avevano di che coprirsi. L’ipocrisia di questo mondo e la sfacciata verità di quanto siamo fortunati noi…ad esser nati “Da questa parte del mare” (cit. G.Testa).

TRADITIONAL LOVE SONG: una canzone d’amore incastonata in una melodia che attinge a piene mani dalla tradizione folk americana. Un giro di accordi che saprebbe vestire tante altre canzoni e un arrangiamento di Sax davvero prezioso e inventato al momento. Tutto interamente dal vivo. Tra le righe di questa scrittura c’è il vissuto privato, ci sono i sogni e le ambizioni, c’è un amore idealizzato, inseguito e a tratti appena sfiorato. Storia di tutti insomma…come vuole la tradizione…

TOM WAIZ: di nuovo una sintassi ironica per citare un autore a cui questo brano deve molto. L’ispirazione a certe sonorità e quel volerle inseguire senza la pretesa di riuscirci e senza l’ambizione di raggiungerle.

Una canzone che letteralmente discende dalla precedente, la filosofia di come l’amore sia una delle poche attitudini che ancora riescono a giustificare quel certo modo di essere folli. Alla vita si richiede la verità dei sentimenti. Interessante il gioco percussivo di lamiere che Walter Caratelli ha letteralmente improvvisato su questo che è un altro dei brani live registrati in studio.

LA CITTÀ DELLA CAMOMILLA: non è un riferimento sfacciato alla cittadina abruzzese ma più una metafora di tutte le città di provincia di questa nostra “Bella Italia”. Sotto mentite spoglie ecco raffigurati i principali attori del governo, di chi in città decide e ha il permesso di dire e di fare.

Ed ecco anche chi può sedere al tavolo con i potenti e chi ha influenze sul cosa fare e sul quando. Se poi vogliamo addentrarci nello specifico del nome allora, per chi davvero conosce, sarà un bel gioco nel rintracciare i veri nomi che si celano dietro questi personaggi di fantasia. Facciamo un brindisi a questa rivoluzione…ma sempre per modo di dire…che sia chiaro. Accendiamo la televisione che va bene così.

MARY: un giorno di lavoro qualunque e sulla strada della zona industriale eccoti apparire una prostituta. Mai vedute prostitute in questa zona. E che brutta che era. E che vestito che aveva!!! E non rideva mai…e quasi aveva paura di qualcuno. Mary sembra essere un bel nome, calzante, un poco erotico e un poco da vip, un poco anche nostalgico.

Chissà che vita avrebbe da raccontarci una prostituta che aspetta sul ciglio della strada di periferia di una piccola cittadina di provincia…in cui alla fine ci sono solo 4 gatti e qualche cane randagio. Chissà se si chiamava davvero Mary…

NON VI RICONOSCO: il brano più sociale del disco. Dalla sfacciata citazione iniziale al futuro che arriva. Dal passato dei valori e delle cose vissute sulla propria pelle al presente di oggi che è tutto virtuale, digitale. Ma come fanno i marinai su questo mare digitale? Il chiaro riferimento al passato della canzone d’autore gioca con una riflessione tra le righe: dopo circa 40 anni, chissà com’è cambiata la risposta a quella stessa domanda. E poi i bambini che un tempo giocavano con i mostri di legno? E i politici che ieri scendevano in strada ed oggi invece sono belli soltanto in televisione? Insomma io non vi riconosco. E non è il ritorno dei dinosauri come direbbe Piero Dorfles. Quando il cuore trema davanti ad un’emozione non si deve aver paura. Si deve tornare ad essere veri. Così vi riconosco.

BOLLE DI SAPONE: un poco pinkfloydiano e un poco alla Battiato maniera questo sottile e velato retrogusto del brano più pop che – quasi come tradizione oramai – deve apparire nei dischi di Paolo Tocco…almeno è stato così fino ad ora. Uno dei testi più complessi di tutto l’ascolto che si affida alle immagini per raccontare cosa deve significare davvero amarsi oltre le apparenze quotidiane.

L’esserci a prescindere anche quando scende la polvere, intesa come il tempo che cancella e modifica le cose e poi mette anche a tacere. Esserci usando tutte le scuse, come i ciechi che alla fine ci sanno vedere, metafora di “Cecità” di Saramago che trova ampio spazio in questo brano: alla fine chi è davvero a non vedere come stanno le cose? Chi davvero non guarda la verità della vita? Amarsi significa esserci…non pretendersi.

MADRE TERRA: qui il riferimento alla nostra Terra è sfacciato e inevitabile. Il disco si chiude con una nenia, una preghiera, un canto corale su una cellula melodica assai ipnotica e reiterata all’infinito. Inevitabile riferirsi all’Abruzzo di quest’ultimo anno. E di nuovo il punto di vista non è dai giornali e dalle televisioni ma da sotto le macerie di una Madre Terra che è il cuore di tutte le cose e un poco ci trascina e ci violenta…non ci rimprovera, ma urla di dolore, si difende per restare in vita. Una citazione testuale che pochi colgono è il riferimento alla speranza, al mondo migliore, alla bellezza.

Da sotto le macerie non c’è spazio per le filosofie in vendita di tutti i santi professori eleganti del governo e del potere. Sotto le macerie la luna non si vede e le stelle sono pietre…
Il coro finale raduna i cantautori Francesco Costantini, Ovelio Di Gregorio, Adriano Tarullo, la cantante Giada Scioli e il producer Giacomo Pasquali. Sarebbe stato bello radunare tutti gli artisti abruzzesi…ma per questo c’è ancora tempo.

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