Su MUSICA ITALIANA EMERGENTE l’intervista a LE HEN.

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“Alibi” è il titolo del doppio EP del trio bolognese LE HEN. La band ha pubblicato due singolo prima dell’usicta di questa nuova avventura artistica.

Le Hen saranno live con  L’AlibiTour avrà inizio il 19 di luglio al Viniles di San Benedetto del Tronto per poi toccare Puglia (20.07 Ostuni @Lullubay, 22.07 San Foca @Surf Bar), Basilicata (23.07 Matera @Nessuno Resti Fuori Festival) e Lombardia (22.09 Milano @Ligera).

L’intervista.

Come e dov’è nato il progetto Le Hen e soprattutto come vi siete incontrate?

R: Ci siamo conosciute casualmente a una festa di laurea di un compagno di corso di università della Totta, amico comune delle future Hen. Lui, appassionato di musica, sapeva che la Totta prendeva lezioni di chitarra da anni ma che suonava solo in casa da sola quando tutti erano fuori. Quella sera festeggiando tra spritz e cuba libre, ci siamo trovati in tanti nella sua villa, in un giardino metafisico simile a un paradiso rock. Un gruppo hardcore intratteneva la serata e finito il concerto, l’amico invitò la Totta per suonare qualcosa.

C: Sì era la mia prima volta, il terrore mi assalì. Mi sedetti imbarazzata e dal microfono cercai complicità tra quei muri d’amplificatori e riflettori. Arrivarono solo due ragazze stralunate, le stesse vegane con le quali avevo sbranato da poco una ruola gigante di lasagne.

Neanche farlo apposta una si sedette alla batteria e l’altra al basso. Non sapevo che sapessero suonare, pensai. Purtroppo realizzai troppo tardi che come me non lo sapevano fare. Ci eravamo già lanciate, incoscienti e ubriache, in una devastante interpretazione di Venus e Satisfaction.

I: Ecco! Tra una laurea, le lasagne e un po’ di rock, sorsero così le mitiche Hen, naturalmente sui famosi colli punk di Bologna.

Parlateci un po’ di voi.

C. Sono nata di venerdì ma pioveva. Per non piangere ho subito iniziato a cantare, dapprima male e poi malissimo, non amo le mezze misure. Ero già una star e pretendevo l’applauso appena entrata in scena. Amo il rossetto rosso, i cani, la radio, i colori, il vino e la pizza. Odio i ritornelli, i bagnini, la maionese, le infradito, i temporali, i violinisti e i coglioni. Vesto tendenzialmente di nero.

I. Sono nata di notte e infatti organizzo eventi. Ho fatto la dog sitter per diversi anni ma son diventata allergica al pelo e allora son passata ai conigli. Poi mia madre adorava Kim Gordon e per il compleanno mi ha regalato un basso ma sul momento non ho apprezzato perché desideravo un’arpa gialla. Amo le bici ma non le catene, adoro le patatine al formaggio, i conigli e le creme solari. Odio le ginocchia sbucciate, le cozze, i cuscini grossi e i semi di finocchio. Vorrei vestire unicamente di giallo ma Le Hen me lo impediscono.

R. Sono nata da piccola e già non parlavo inglese. Scappavo sempre da casa per lavorare in un circo facendo il clown, un giorno rimase incinta la

trapezista e mi chiesero di sostituirla, mi lanciai intrepida ma caddi perché soffrivo di vertigini e finii al pronto soccorso. Ho iniziato a suonare nella banda del paese e lì mi ha notata un produttore bolognese che era venuto in vacanza con il figlio, così son arrivata al nord. Amo gli arancini, il biondo, i cani, le sneakers bianche. Odio i wurstel, la quinta parete, le Tac, i galli, le cose fosforescenti e il mare, ma amo gli scogli. Vesto, tendenzialmente.

Al momento siamo riusciti ad ascoltare solo due brani della vostra produzione. Ci raccontate com’è nato il primo singolo estratto, Taffetà, di cosa parla e com’è l’album?

I: “Taffetà” è nato dall’esperienza diretta della Totta, un’economista che dopo diversi anni in un importante studio di ricerca non si è vista rinnovare il contratto; una situazione in cui di questi tempi in molti si possono rispecchiare.

C: Taffetà è una frase presa in prestito dal film Frankestein Jr., quando alla stazione il protagonista fraintende la parola scambiandola per un saluto della sua amata che invece non voleva si rovinasse il vestito con il suo abbraccio. E’ una scena tragicomica in un film comico che racconta una storia tragica, quella di Frankestein. Il brano gioca proprio su questo: il fraintendimento, il mostro che viene rigettato dalla società, la disperazione e la ricerca di un’alternativa.

R: E’ stato il primo brano che abbiamo scritto e che si ricollega al concetto portante dell’album, Alibi. L’alibi è un bisogno primario, un altrove che ci serve per respirare, un suono che viene da lontano, una scusa per sentirsi al sicuro. Un alibi da provare anche quando non c’è nulla da cui scappare.

I testi dell’album rispondono a questo criterio espressivo?

Ognuno dei brani presenti nell’album cela qualcosa di meno evidente, ha un alibi. L’album stesso ha fisicamente un lato A e un lato B.

“Non credo”, il secondo singolo estratto, è un sermone pagano frenetico e sfrontato costruito con le diverse affermazioni poco amichevoli da parte della chiesa nei confronti di donne, omosessuali e persone indifese. Non è una canzone contro chi crede, ma una richiesta disperata di apertura, di tolleranza, d’inclusività e di comprensione.

“Abore Bio” narra la storia di un amore malato, troppo appiccicoso, di un rapporto soffocante in un’atmosfera molto allegra, quasi marittima, in cui il racconto della quotidianità è in contrapposizione con il senso di asfissia e le urla del ritornello.

“Maledetto Fa” si riferisce al verbo imperativo, il fare, agli obblighi che spesso gravano sulle spalle delle donne imposti da norme sociali ma parla anche della nota musicale, notoriamente ostica per tutti i chitarristi alle prime armi.

Il lato B dell’album è in inglese, perché siamo convinte di essere in Europa, oltreché nel mondo, anche se prediligiamo la lingua madre per eccesso di realismo.

“Side Effect” vuole essere il manifesto per la diffusione di una nuova droga, che possa sostituire quelle attuali e che ha comunque piacevoli effetti collaterali: le salviette intime al mentolo.

“Crime 1001” è quasi un brano poliziesco. Racconta di un crimine, quello di essere “beige dentro”, sottomessi alle convenzioni, tramite la cartella colori RAL. Il 1001 è, infatti, il numero del beige. E si conclude in “noir”, il colore che contiene tutti quelli esistenti.

“Self Sybilla” è un viaggio onirico, in un vortice in cui si viene inghiottiti e dove l’unico modo per uscirne è vedere sé stessi da un’altra prospettiva, incontrare il proprio Io e scontrarcisi.

Su “Finally” siamo indecise, alcune di noi pensano parli di amore, altre di morte. Ma, del resto, non si dice amare è un po’ come morire?

Ogni nostro brano è caratterizzato da giochi di parole, doppi significati e dietrologie varie che cercano di sdrammatizzare. Crediamo che potremmo già ritenerla la nostra cifra stilistica, una scelta dettata dalla nostra natura. Usiamo la trousse dei pedali per combattere l’attuale predominanza dell’estetica sull’interiorità.

Per quanto riguarda le sonorità dell’album quali sono gli aspetti che avete privilegiato?

Abbiamo voluto rendere tangibile il lavoro di questi anni e ci siamo buttate nella realizzazione del disco senza rete, oltre le nostre possibilità, privilegiando la parte più emozionale a quella tecnica perché è il valor aggiunto che riteniamo di avere. Questo ha comportato anche delle imprecisioni, noi le chiamiamo “sporchitudini”, che in certi casi sono volute, si ispirano al mood degli anni ‘60 dove alcune inesattezze erano mantenute per ricreare le atmosfere che potevano nascere in un clima live. Queste sporcature erano aiutate dal suono del vinile ma erano imprecisioni che hanno in sé un loro fascino. Ci siamo date il permesso di mantenerle perché anche l’errore ha la sua bellezza. E dall’errore nasce l’alibi. Abbiamo cercato di trasformare i nostri limiti in un valore aggiunto, in una virtù, in una nostra componente espressiva, naturalmente aiutate dalla produzione sapiente artistica, che ci ha supportate nel perseguire questa cifra stilistica.

E’ stata una direzione che abbiam preso di fronte ai nostri limiti, abbiam scelto la strada più vicina alle nostre corde e vicina al live, con grande spudoratezza di citazioni degli stili e delle epoche musicali. E’ un lavoro pieno di sorprese e anche di ingenuità. E certe cose hanno sorpreso anche noi: son nate da un metodo di lavoro o forse siamo costrette ad averlo non lo sappiamo di preciso, se è il lato A o il lato B di noi stesse a prevalere.

Le hen raccontano “Non credo”.

C’è una dimensione del punk al femminile che vi è più congeniale. Quella politica di Team Dresch, anarchica delle Bikini Kill, feroce come per le Babes in Toyland, colta e letteraria come per le Sleater Kinney, legata alla politica di genere come per i God is My Co Pilot di Sharon Topper oppure ludica come le Kandeggina Gang?

Dover parlare di noi riferendosi ai nomi che hai citato è quasi imbarazzante perché stiamo parlando delle icone del punk rock femminile. Tutte loro hanno avuto una loro identità ma non saprei dirti già da oggi cosa ci sia più congeniale: non possiamo sapere cosa ci succederà domani o quale sarà il prossimo tema che ci colpirà nel profondo. Ogni esperienza, ogni fatto, deve avere la giusta atmosfera per essere compresa: per ora l’attualità, la condizione femminile e delle cosiddette minoranze ma quella umana in generale sono temi che ci toccano da vicino. Forse dove ci piacerebbe arrivare in senso stilistico sono le Raincoats: come ha detto Kim Gordon “erano abbastanza sicure di sé da poter essere vulnerabili e semplicemente essere loro stesse senza dover aderire agli stereotipi dell’aggressività del punk-rock maschile o ai sensazionalismi erotici della musica femminile.”.

E la straordinaria stagione punk bolognese degli anni ottanta, è in qualche modo un punto di riferimento per voi o solamente una storia lontana?

Siamo molto fortunate a essere nate a Bologna, perché è stato il centro nevralgico della libertà di espressione ed è stata una città che ha assorbito velocemente le influenze estere. Qui è nata la rivoluzione del linguaggio e dello stile: gli Skiantos hanno creato lo spartiacque per gruppi come Gaz Nevada, Confusional Quartet, Nabat, e i mitici RAF Punk di Helena Velena che hanno prodotto i primi album dei CCCP e dei Disciplinatha. Anche se noi all’epoca eravamo bambine è impossibile non avere nel proprio bagaglio culturale queste influenze e tenere bene a mente i loro insegnamenti.

“Alibi” è anhe su Spotify.

La definizione e il significato di “Le Hen” è poliforme. Quanto è importante per voi giocare con le parole, lavorare sulla forza combinatoria delle stesse, trasformare la serietà in gioco e il gioco in una questione maledettamente seria?

Le parole possono essere molto potenti ed è interessante esplorare le infinite combinazioni che possono rafforzare o sminuire un concetto, estrapolarle dal loro contesto e inserirle in uno nuovo, perché il legame fra significante e significato non è naturale, non è necessario, è arbitrario. E’ quasi un esercizio di ermeneutica al contrario: vogliamo correre il rischio di essere fraintese.

Ci piace giocare con la realtà: nonostante sia spesso poco allegra e deluda le aspettative non è piangendosi addosso che le cose cambiano.

Togliamo i tacchi – con grande sollievo – per percorrere con il sorriso una strada sporca, per cercare più motivi e meno alibi, non avere scuse per non agire, non reagire, e trovare una lingua per restare umani.

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