MIE intervista STEFANO FERRO

MIE intervista STEFANO FERRO
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Ciao Stefano. E’ un onore poterti intervistare. Raccontaci un pò com’è nata la voglia di fare musica.

Ho sempre avuto l’opportunità di ascoltare canzoni d’autore anche per circostanze del tutto casuali, ho coltivato la lettura e la scrittura fin da bambino alla quale si è aggiunta la passione per la chitarra intorno ai sedici anni. Il momento in cui ho avvertito una vaga consapevolezza di poter unire in qualche modo le cose mi si è presentato intorno ai venticinque anni in maniera dapprima molto prudente poi sempre più consapevole, sebbene lo studio e l’approfondimento della materia mi accompagnino ancora oggi.


Sei accompagnato da una band.Vuoi presentarli?

Mi furono presentati dal caso, dalle circostanze, dalla fortuna,quando iniziai al mio fianco c’erano Michele Antonelli (oggi leader degli Astrolabio) e Francesco Dellipaoli, coi quali formavamo un trio acustico adatto per i piccoli pub dove allora si poteva ancora suonare. A loro si aggiunsero nel tempo i virtuosi chitarristi Marco e Massimo Montresor, grandi amici da molto tempo e ancora oggi “presenti” in alcuni arrangiamenti che riproponiamo live, a conferma della bontà delle loro intuizioni. Da diversi anni si è andato strutturando lo zoccolo duro o per dirla meglio “dei duri” ai quali vorrei dedicare una metafora ciascuno: all’album ha lavorato Luca Maragnoli, il “domatore” di chitarre e sound, prezioso collaboratore e creatore di alcune introduzioni e finali dei brani, mentre la batteria è di Francesco Turlon, metronomo vivente e gran cesellatore di ritmi e percussioni. Al perno centrale e cioè al basso il lavoro è di Angelo Nacca, artigiano che ha trasferito la sua manualità nello strumento al punto che non esiste giro, tonalità o ritmo che lo metta in crisi. Dal vivo l’ensemble può contare sulla preziosa chitarra di Silvio Grando, altro gran domatore di corde e sound e su Mattia Ferroni, un capomastro della batteria e fatalmente uomo-chiave della logistica della band. Oltre a loro c’è l’Angelo delle chitarre e dei bassi (perché li suona entrambi) Angelo Bonato, prezioso compagno di viaggio e avventure nei non rari duo acustici. Il disco si fregia di altri preziosissimi collaboratori con i quali ho avuto l’onore di suonare: il fuoriclasse della chitarra Luigi Gigi Cerpelloni e il gran signore della batteria, Piero Micheletti. Le tastiere e il mix sono dell’amico arrangiatore e tastierista Giampaolo Begnoni.

Com’è nata la collaborazione con loro?
Forse dovrei chiedere io a loro come è nata la collaborazione con me. Battute a parte le circostanze hanno giocato le loro carte ed eccoci qua nonostante gli anni. Potrei dire che la collaborazione è nata un po’ per caso, per scelta, per divertimento, per passione, ma tutte queste cose assieme sarebbero naufragate se non vi fosse stato il collante principale, l’amicizia e la stima reciproca, a tenere alta la motivazione e a far sopportare i sacrifici fatti fino ad ora. Ho sentito dire e dare tante ricette sulle band e non ne ho mai seguita una. Io credo che fino a che si sta bene assieme si riesca pure a suonare bene, so di non dire nulla di straordinario ma per me funziona ancora così.



Quanto è importante la tua band per l’esecuzione delle tue canzoni?

La maggior parte dei brani nasce già con l’idea di un arrangiamento che tento di suggerire in maniera emotiva a chi sa tradurlo tecnicamente, per questo direi che almeno tre quarti della mia produzione nasce per essere eseguito da un ensemble dove basso, batteria e chitarra sono imprescindibili. Ci sono tuttavia condizioni che impongono di fare a meno di qualche cosa e allora da qualche anno a questa parte abbiamo studiato la possibilità di riarrangiare il repertorio in modalità cosiddetta acustica, vale a dire con due-tre strumenti, sebbene questa variante rappresenti per così dire una sorta di “riduzione teatrale” del repertorio talora necessaria per suonare in certi luoghi, sono cose che si fanno sebbene il gusto di suonare con tutti sia impagabile.


Passando al tuo ultimo lavoro “Il mercante di pensieri”,  cosa vuoi comunicare attraverso i brani che raccoglie?

Ti dirò che io non sono preso da particolari urgenze comunicative e che le canzoni non assolvono soltanto a questa necessità. La canzone per come io la concepisco è una piccola storia racchiusa in una forma d’arte semplice e raffinata al tempo stesso, scriverne una è sempre un’impresa affascinante che mi porta a giocare con il linguaggio, la metrica, le figure retoriche e con la necessità di racchiuderla in uno spazio orecchiabile di quattro minuti. Le componenti in gioco sono tante e il dosaggio degli “ingredienti” è essenziale. Ma io con le canzoni non desidero assolutamente sedermi in cattedra e insegnare qualcosa, se mai di accompagnare i momenti di ricreazione. Ricordo che al liceo era proprio durante la ricreazione che si parlava sempre di canzoni, si progettavano sogni, nascevano o morivano amori giovanili, era il vero momento in cui potevamo essere noi stessi, liberarti dal giogo della cattedra.


Nel 2015 hai avuto la grande occasione di collaborare con Massimo Bubola firmando il brano “Andremo via”, pubblicato nella raccolta di brani “Da Caporetto al Piave”, antologia di canzoni dedicate alla Grande Guerra. Com’è nata questa collaborazione?

Massimo Bubola è sempre stato per me e per molti altri un maestro e un punto di riferimento musicale e letterario, per curiose e felici circostanze della vita abbiamo avuto negli anni l’occasione di conoscerci meglio e diventare amici. La canzone è nata per puro caso senza alcuna programmazione, semplicemente dall’ascolto di un mio vecchio provino. Massimo ha saputo piegare il testo e la melodia fino a farla diventare una sorta di affresco immaginifico che chiude idealmente la sua raccolta Da Caporetto al Piave dedicata alle canzoni popolari della Grande Guerra. Il brano Andremo Via assume il punto di vista dei soldati ed è un piccolo racconto esistenzialista, struggente e malinconico al quale sono molto onorato di aver dato il mio contributo e lo sono ancora di più dal momento che la storia della Grande Guerra, per diverse ragioni, è un argomento molto caro ad entrambi.



Hai partecipato a moltissimi festival come “Geometrie Sonore” nella Repubblica di San Marino, sei stato tra i vincitori nel 2014 del “Festival del Piave” e al Anghiari rock Contest sei stato premiato come miglior autore. Quanto sono importanti questi riconoscimenti per il lavoro fatto su “il mercante di pensieri”?

Lo sono nella misura in cui hanno contribuito a fornire quel po’ di motivazione e di spinta per proseguire, alla fine però succede che la benzina finisce e quindi si cerca di non crogiolarsi mai su ciò che si è fatto prima ma di andare avanti in cerca di altro carburante per le canzoni e per i live.


Quanto sono importanti questo tipo di rassegne per la musica italiana? 

Non saprei dare un giudizio, alcune rassegne presentano purtroppo ancora troppe incognite e non mantengono sempre le loro promesse, questo tuttavia lo si scopre solo partecipando e alla fine nonostante dubbi e perplessità si finisce col caricare strumenti e bagagli e infilarsi in autostrada, poi quando si torna a casa si fa un bilancio e ci si chiede se valeva la pena. A volte è valsa, altre no, se gli organizzatori di rassegne sapessero quali sacrifici ci sono dietro forse sarebbero un poco più rispettosi delle passioni, ma questa è una storia che sappiamo e abbiamo imparato su noi stessi.

Si dice spesso che il valore degli artisti si riconosca nei live. Cantando le tue canzoni dal vivo, quali sono state le sensazioni che hai avuto? 

Non so se questo sia del tutto vero, a livello della musica emergente occorre tener conto di tante variabili: la stanchezza del viaggio, l’attesa, la composizione della band che spesso varia per i motivi più diversi, la qualità del palco, la bravura dei tecnici e mettiamoci pure la qualità della ristorazione e dell’accoglienza degli organizzatori. Non so se si possa veramente misurare il valore dei live, occorrerebbero condizioni perfette per ogni live per poterlo fare, diciamo che se il mare calmo non rende bravo il marinaio, almeno una straccio di barca che galleggia questo marinaio per dimostrarsi tale deve pur averla sotto ai piedi…Di solito una buona performance va di pari passo con la bontà di tutti gli aspetti collaterali che la caratterizzano. Ci è capitato di tutto e abbiamo provato sempre a difenderci persino quando sul palco, sotto alla postazione del microfono, trovammo un vero e proprio buco dove a finirci dentro bastava un attimo…

Molti si lamentano di come sia difficile poter far ascoltare la propria musica dal vivo. Qual è il tuo pensiero a riguardo? 

Senza cadere nella tentazione di fare della sociologia spicciola, direi che oggi più che lamentarsi di una situazione come quella decritta occorre semplicemente prenderne atto. Lungi dall’arrendersi, non possiamo ignorare le profonde trasformazioni avvenute nel corso del tempo che hanno determinato le difficoltà che ben conosciamo. Ai poeti è andata anche peggio, fino alla prima metà del ‘900 c’era chi viveva delle proprie raccolte di poesia, operazione oggi certamente impossibile. Pochi decenni fa per chi aveva del materiale inedito si scomodavano i direttori artistici per ascoltare, proporre e magari mettere pure sotto contratto. Oggi la possibilità di scrivere e produrre canzoni è alla portata di moltissimi, la saturazione, le differenti urgenze sociali, nuove istanze culturali e l’iper balzo avanti della tecnologia hanno dato vita ad un altro modo di fruire della musica, tuttavia le grandi canzoni del passato sono destinate a rimanere nella memoria collettiva di tutti per molto tempo e forse per sempre, perciò, prima ancora di lamentarsi, chiediamoci cosa si scrive oggi, quali sono e se ci sono canzoni degne di un’illustre tradizione…Più che rompere col passato dovremmo trarne esempio, ma qui sconfiniamo nel terreno dei sociologi e perciò fermo.

Qual è il tuo genere musicale di riferimento? 

Io non ho un genere di riferimento, se mai ho artisti di riferimento che sono da sempre i cantautori della tradizione italiana e in particolare Massimo Bubola, Francesco de Gregori, Guccini. Iniziai ad ascoltare De Andre’ a 11 anni dalle cassette di mio papà, poi venne il liceo e il mio compagno di banco che mi prestò alcune cassette di Bertoli. Di lì nacque la passione che mi accompagna ancora oggi per la tradizione musicale di matrice folk e popolare dove anche il liscio ha la sua parte rilevante.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Quando si lavora in totale autoproduzione occorre misurare gli obiettivi con il metro delle possibilità. Ho realizzato il disco e questo traguardo è stato raggiunto, all’orizzonte vedo l’impegno verso una sempre maggiore professionalizzazione, una strada da percorrere in direzione sempre più lontana dalla precarietà e la creazione di un circolo virtuoso in grado di mettere me e la band nelle condizioni degne di intraprendere il mestiere con tutti i crismi che il lavoro comporta, un salto di qualità in grado di trasformare l’occasione in evento e la passione in professione degna di questo nome.

 

Salvatore Imperio

di Salvatore Imperio

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