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LUPO: la trasformazione FOLK di CHICCO BEDOGNI

LUPO: la trasformazione FOLK di CHICCO BEDOGNI
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Lui è Chicco Bedogni e lo avevamo conosciuto con i suoi AmpRive. E parlavamo di un post-rock dalle linee molto industriali.

La redazione di MIE

Da un problema di udito al nuovo equilibrio e alla nascita del progetto solista che lui chiama Lupo.

Un bellissimo primo Ep di folk quasi di antiche tradizioni, semplice, acustico. Solo 6 inediti rinchiusi in un dipinto a matita, nell’intimo incedere dei propri pensieri, morbidi, semplici, sussurrati, acustici.

Si intitola “To the moon” questo Ep di esordio di Chicco Bedogni  scritto tra Italia e Giappone e realizzato con la collaborazione di Luca Serio Betolini dei Modena City Rambles.

 

L’intervista a LUPO.

Certo non sei nuovo alla scena musicale ma per te questo è un vero e proprio esordio. Un nuovo esordio. Come la vivi?

In effetti suono ormai da tanti anni ma considerando quanto ormai sono coinvolto in questo progetto lo definirei sicuramente un esordio. Il disco raccoglie pezzi scritti ed arrangiati da me che ho registrato dopo averli suonati dal vivo in solo per anni: ci sono dentro fino al collo.

Che poi non è solo un esordio ma anche una trasformazione. Un cambio di rotta quasi totale… evoluzione o semplicemente una strada diversa?

Dici bene: dovendo gestire direttamente non solo la registrazione del disco e la sua esecuzione dal vivo ma anche immagine e comunicazione mi sono dovuto improvvisare “curatore” del progetto. Gestire la cosa da soli è responsabilizzante e questo è di per se un’evoluzione perché rispondo io in prima persona di ogni scelta, senza dover tenere conto di umori e pensieri altrui.

Certo che mancherà la situazione da band e quel certo tipo di rock. Ma in fondo, ascoltando alcuni passati lavori, quel certo impegno folk c’è sempre stato o sbaglio?

Ho sostanzialmente lasciato la band (gli AmpRive) proprio mentre ci accingevamo ad entrare in studio per registrare un nuovo disco. In quella produzione ci avrei messo il mio: sonorità prog rock anni ‘70 (organi, piani elettrici e string machine), le melodie dei miei cantati e qualche passaggio chitarristico in acustico.

Sicuramente in quel disco, che per sfortuna non si è mai fatto, avresti potuto ritrovare qualche affinità con la musica che suono oggi.

Oggi stai contemplando il silenzio. Quanta ricchezza c’è dentro il silenzio di un arpeggio di chitarra acustica?

Il silenzio è musica e va ascoltato ma per suonarlo ci vuole coraggio. E’ facile farne ricorso in studio quando si registra mentre dal vivo è tosta…
Io, che sono davvero solo all’inizio del percorso e ho ancora tanto da imparare, cerco di prendere esempio dall’approccio “naif” dei bluesman delle origini per i quali lo strumento musicale poteva essere addirittura superfluo.

Anche nei pub inglesi e irlandesi di provincia, dove si suona in jam session tra una birra e l’altra, si prende lo strumento disponibile e se non ce ne sono si suonano tavoli e i bicchieri.

Perché solo un EP? Stai pensando ad un disco più esteso o era solo una prova?

Diciamo che è un assaggio, una bozza poco raffinata che speriamo apra a qualcosa di più strutturato.

La mia idea oggi è quella di far seguire un nuovo EP, come una sorta di lato b di To The Moon, di matrice elettrica (non elettronica) dove il ritmo sarà al centro del mix.

Un folk quasi ballabile dove trovino spazio amplificatori valvolari e qualche ripresa di batteria.

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E senza quel problema all’udito, avresti mai trovato questa tua dimensione? Domanda curiosa, forse troppo invadente…

È una domanda giustissima che avrei dovuto porgermi io stesso tempo fa.

Pensando a come sono andate le cose direi che non solo non avrei registrato questo disco ma neppure avrei intrapreso questo percorso in solo. Un po’ come in un romanzo, dalle difficoltà è in effetti nata una nuova dimensione che mi ha spinto a guardare alla musica in maniera più adulta e onesta.

A chiudere: il video di lancio mi comunica tra le tante cose una distanza importante tra il tuo essere artista e il tuo apparire. Non serve apparire, soprattutto oggi che ne siamo obesi di apparizioni. Mi arriva forte il tuo star lontano dalle luci di scena, almeno con la faccia e con i vestiti…

È perché non sono un artista!

Io per pudore non mi mostrerei neppure in foto ma devo farlo perchè è necessario avere una maschera e un abito riconoscibili.

Non solo in foto o video ma anche nei live: occorre lavorare anche ai gesti, a come si sta sul palco, perché nella performance tutto comunica. Noi italiani tendiamo a snobbare questo aspetto mentre gli anglosassoni in questo sono un riferimento insuperabile.

È impossibile ad esempio pensare alla musica di David Bowie o di Tom Waits senza visualizzarli nei loro costumi di scena perché il loro lavoro non si fermava alle sole canzoni.

L’immagine del musicista nell’epoca del pop non è meno importante della sua musica: video killed the radio star…

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