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L’intervista a MARCH, l’artista italiano all’esordio con SAFE & UNSOUND

L’intervista a MARCH, l’artista italiano all’esordio con SAFE & UNSOUND
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Il 7 dicembre è uscito il disco d’esordio di March, all’anagrafe Marcello Mereu, intitolato “Safe & Unsound” e

Salvatore Imperio
di Salvatore Imperio

uscito per l’etichetta indipendente belga Cello Label.
Che sia un’altra pagina di musica italiana a far parte della “fuga di cervelli anche nella musica?

Lo chiederemo direttamente a March di cui siamo riusciti a ritagliarci un po’ di tempo per ascoltarlo, leggere la sua biografia e elaborare alcune domande.

Ciao March e benvenuto su MIE. Allora, fai parte degli artisti italiani in fuga dall’Italia o solo l’etichetta è in Belgio?

Ho lasciato l’Italia nel lontano 1993, ma non l’ho mai vissuta come una fuga.

Ci torno spessissimo per lavoro e per trovare la mia famiglia a cui sono legatissimo. Adoro la Sardegna (dove sono nato) e l’Italia in generale.

A volte penso anche di tornarci a vivere, ma per adesso sto bene dove sono. In verità poi, penso di poter star bene dappertutto. L’importante è potersi circondare da persone che ti vogliono bene e a cui tu vuoi bene e che ti stimolino a crescere. E fare quello che amiamo, anche se ci richiede rinunce e sacrifici.

Come è nato il tuo album d’esordio e come mai la scelta del titolo è caduta su “Safe & Unsound”?

Safe & Unsound è nato a poco a poco, in maniera piuttosto organica. Ho iniziato da Safe, una canzone sulla violenza domestica, che dà anche una parte del titolo all’album.

Col gioco di parole di Safe & Unsound (invece dell’espressione abituale ‘safe and sound’) ho poi iniziato un cammino esplorando diversi temi, ma anche diversi stili musicali, contrasti sonori e testuali che avessero comunque una coerenza e uno stile riconoscibili.

Tradotto letteralmente il titolo significa “Al salvo e poco sano” (invece di sano & salvo, la traduzione letterale di safe and sound). Volevo esplorare vari temi sia liricamente che compositivamente. Volevo che l’album fosse eclettico e coerente allo stesso tempo. Spero davvero vi piaccia.

Le tematiche toccate dalle canzoni.

Nel disco tocchi diverse tematiche. Vuoi raccontarci quali sono?

Grazie infinite della domanda che mi permette di dire che il pop può essere impegnato.

Parlo di tantissimi temi, tutti venuto da un’esplorazione delle emozioni di base dell’essere umano: la tristezza, la gioia, la rabbia, la paura, la sorpresa il disgusto.

Volevo esplorare queste emozioni tramite temi diversi. Parlo di collera e vendetta in amore in Better Than You; ricerca di identità e accettazione in To Be A Man; nostalgia per il passato in 17th Century; dubbi in amore in Hit or Miss; narcisismo e manipolazione in Long Cold Summer; ricerca della verità e della pace in Hands, e tanti altri…

Domanda pericolosa. A chi dedichi le canzoni di questo disco?

Bella anche questa, ma non risponderò, o meglio non farò nomi! Come si dice in inglese: “I don’t kiss and tell”.

Alcune canzoni sono state scritte con un tema preciso o proprio una persona precisa in mente, ma anche se queste persone le hanno decisamente ispirate, non mi va di dedicarle a loro.

Vorrei dedicare le mie canzoni a tutte quelle persone che hanno tante cose da dire, ma che riescono a esprimere solo tramite la musica e l’arte; a quelle persone che posso apparire estroverse, ma che in verità non riescono a esprimersi nel quotidiano e per cui l’arte è catarsi e terapia.

E, infine, vorrei dedicare queste canzoni a tutte quelle persone che hanno voglia di cantare una canzone con strofa, bridge e ritornello; in macchina, sotto la doccia o su un palco. Quelle per chi la musica è vita e possibilità di espressione e di libertà.

Il videoclip ufficiale di “Hands”.

Hands” è la canzone dedicata a Giulio Regeni e a tutte le vittime di tortura.
Cos’è per te questa canzone?

È una canzone che ha così tanti strati di significato per me che non so da dove cominciare.

Innanzitutto, è un inno alla pace, alla ricerca della verità. Una ricerca pacifica, ma ferma. Piena di amore, ma anche instancabile.

Giulio ha frequentato lo stesso tipo di scuola che ho frequentato io: Il Collegio del Mondo Unito. Io in Italia, lui in America. Ho cantato la canzone con il coro dei ragazzi del Collegio. Al video hanno partecipato i ragazzi del Collegio in Italia, ma anche quelli degli Stati Uniti.

Ci hanno partecipato anche dei ragazzi di tutto il mondo che collaborano con la PAN, un’associazione londinese che si occupa di aiutare tramite attività artistiche delle persone provenienti da realtà di tortura, abuso, estrema miseria.

Collaborare con tutte queste persone mi ha insegnato tantissimo e mi ha fatto capire ancora di più il valore della vita; quella vita che a volte diamo per scontato, di cui ci lamentiamo, quando invece siamo fra i privilegiati di questo mondo, i più fortunati.

Quella vita che così crudelmente, ingiustamente e violentemente è stata tolta a Giulio Regeni. Continuerei per ore a parlare di questa canzone…

Visto che tratti tematiche che hanno un senso, voglio chiederti se la canzone è uno strumento per portare un messaggio o è soltanto qualche minuto per far svagare chi la ascolta.

Una canzone per me è tutto questo e anche di più.

Io non capisco le persone che criticano certi artisti, che dicono che sono troppo commerciali, o troppo leggeri.

Secondo me tutti gli artisti hanno una ragione di esistere e di esistere, se la loro motivazione è di trasmettere un messaggio, di esprimersi con la loro arte.

Certo, non lo posso negare, quelli che mi ispirano di più sono quelli che hanno messaggi forti da dare: Alanis Morrisette, Tori Amos, Florence and The Machine, Depeche Mode; la lista è quasi infinita, ma lo svago non va preso alla leggera.

Il diritto e il bisogno di svagarsi sono sacrosanti e ci aiutano a rimanere sani e in equilibrio.

Chi sono i tuoi compagni che ti hanno supportato nella realizzazione di questo album?

Ancora una volta la lista è lunghissima, ma innanzitutto i miei amici produttori e musicisti Alessandro Cirone e Mika Somppi che mi capiscono e che hanno saputo tradurre la mia visione in realtà.

E poi la bravissima Damiana Senette, che mi ha davvero insegnato a trovare la mia voce (anche se ho ancora tanto da imparare) e gli altri musicisti e artisti con cui ho lavorato: Fabio Useli, Sian Hughes, Jurijgami, Filippo Gagliardi e Federico Cardu.

E poi, e non lo dico per fare il ruffiano, però io apprezzo davvero le interviste come la vostra che mi permettono davvero di esprimere i miei pensieri e dove percepisco una sana curiosità e benevolenza nei miei confronti. Grazie anche a voi!

Cosa stai programmando per il 2019. Anticipaci qualcosa che nessuno sa…

Tantissime cose, ma due mi rendono davvero felice: sto scrivendo per un’artista, una grandissima artista; per adesso non rivelo il suo nome, ma a volte mi devo pizzicare per rendermi conto che non è un sogno…

Sto preparando un EP interamente in italiano (forse anche con un brano in sardo). Ho finito di scrivere tutti i pezzi e sto lavorando sugli arrangiamenti. Non vedo l’ora…

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