GIORGIO CICCARELLI: le bandiere sociali in questo nuovo disco. L’intervista su MUSICA ITALIANA EMERGENTE.

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Non possiamo certo gridare all’esordio con GIORGIO CICCARELLI. Il suo nuovo disco si intitola “Bandiere” ed è un concentrato spirituale di psichedelia e denuncia sociale.

Le bandiere per lui sono certamente qualcosa da rispettare e non da osannare. Probabilmente sono gli stessi simboli che oggi non meritiamo.

In rete il video ufficiale e la promessa che in questo disco troverete l’elettronica che lui non ha mai usato nella sua carriera.

L’intervista a Giorgio Ciccarelli

Di sicuro non parliamo di un disco e di un artista emergente ma è da questo concetto che vogliamo lanciarti affidandoci proprio alla tua grande esperienza: dice il saggio che fino a quando non lo ha detto “la televisione” sarai sempre un emergente. Come la giudichi questa frase?

Ormai anche il Saggio dimostra tutta l’età che ha, perché un detto del genere, non ha più senso al giorno d’oggi, almeno non lo ha per i giovani, che non guardano più la televisione. Mentre se parliamo della mia generazione o di quella precedente, è un detto che è ancora verità e con il quale convivo ormai dal 1986, anno in cui è uscito il mio primo disco da “artista” emergente. Ma non ci si può fare nulla e così è, soprattutto in Italia dove la cultura è la televisione.

“Bandiere” è di sicuro il primo disco elettronico che fai. Come mai questa decisione?

Io non lo identificherei come un disco elettronico, di sicuro c’è, all’interno degli arrangiamenti di Bandiere, dell’elettronica, dei synth, che mai avevo usati nei miei dischi precedenti. E questo è il frutto di una scelta ben precisa, un desiderio di virare, di andare verso un qualcosa da me lontano per cambiare radicalmente tutto quello che avevo fatto fino ad allora. Devo dire che tutto è nato con l’ultimo tour fatto in duo con Gaetano Maiorano, dove l’elettronica, le tastiere e le drum machine, l’hanno fatta da padrone. Quella situazione mi ha coinvolto a tal punto da volerla riprodurre anche nel nuovo disco. Nel prendere questa strada, è stata fondamentale la collaborazione con Max Lotti che ha prodotto insieme a me l’album.

Ma hai scritto proprio pensando agli arrangiamenti digitali, usandoli dall’inizio, oppure sono scelte venute poi in seguito, in post produzione?

Sono scelte venute in seguito, gli arrangiamenti sono dei semplici (anche se a volte molto complicati…) vestiti che si fanno indossare ai brani. Di base ci deve essere una canzone che deve stare in piedi anche solo con una chitarra acustica e una voce, se hai questo “regalo”, ecco che, da lì in poi, inizia il vero divertimento in studio. Ovviamente ti sto parlando del mio metodo di lavoro, che è, tra l’altro, proprio dell’artista singolo, ci sono band che hanno creato la loro fortuna “solo” sugli arrangiamenti e che per me sono state seminali.

Pentito o soddisfatto della scelta? Insomma in un prossimo lavoro userai di nuovo le soluzioni digitali?

Ribadisco il concetto che Bandiere ha sì una parte di arrangiamento di elettronica digitale, ma direi che non supera il 15/20% del totale. Nei pezzi suonano sempre una batteria, un basso, due o più chitarre e a questi strumenti, abbiamo aggiunto synth analogici, synth di nuovissima generazione e “generatori” di elettronica varia. E per rispondere alla tua domanda, sì, sono davvero molto soddisfatto della scelta di produzione e di arrangiamento, secondo me siamo riusciti a portare una ventata di aria fresca nelle canzoni. Per il futuro, vedremo. Ora non so dirtelo.

“Bandiere” poi è un disco (e un brano nello specifico) assai ricco di quella politica sana che ormai sembra mancare a tutti noi. Non è vero?

È certo che viviamo un periodo storico in cui la politica non ha nessun interesse, nessun fascino, soprattutto per le nuove generazioni. E questo è veramente un peccato, perché io sono di quelli convinti che, ogni gesto che compiamo nella vita di ogni giorno – dall’acquisto di un pacchetto di sigarette al deposito dell’immondizia nel cassonetto giusto – sia una precisa scelta politica e meno ce ne rendiamo conto, più avremo un’idea della politica sbagliata, che rischia di farci allontanare da qualcosa che inevitabilmente ci riguarda tutti. Dunque mi fa molto piacere che una semplice canzone, con un testo chiarissimo e lineare, possa far pensare ed essere considerata “ricca di sana politica”.

Cosa manca a questo disco per finire in “televisione”? Domanda provocatoria… so che la raccoglierai come si deve…

Un cantante disposto ad andarci

La redazione di MIE

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