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FAB: il romanticismo rock di MAPS FOR MOON LOVERS

FAB: il romanticismo rock di MAPS FOR MOON LOVERS
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Secondo disco per FAB dal titolo “MAPS FOR MOON LOVERS”

Seconda prova dopo quel bellissimo “BLESS” che lo ha sdoganato al mondo di quel rock anglosassone a cui lui peraltro affida un impegno “poetico” non indifferente.

Liriche esigenti in un sound industriale di rock suonato e solo di contorno arricchito dal contributi digitale. In rete il video ufficiale del singolo “HOW WIGH THE MOON” segna a fuoco il leitmotiv di un disco ricco di personalità e vissuto.

Quando il ROCK non è solo estrazione di quel punk socialmente sovversivo e politicamente scorretto. Quando invece il rock è dipinto d’autore per il cuore e i suoi sentimenti.

 

L’intervista a FAB

Di certo non parliamo solo di esordi su M.I.E. e la nostra dedizione è rivolta a dar voce alla musica meno nota al grande pubblico. Vorrei cominciare con una domanda assai insidiosa: secondo te perché FAB non è arrivato nel main stream?

Spesso lo chiedo a tutti e mi piace conoscere il pensiero degli artisti che la stampa nazional-popolare definisce “minori”.

Credo che la musica che scrivo, se parliamo del mercato italiano, non segua fedelmente le regole del mainstream attuale. E di questo non ho nulla di cui pentirmi, anzi, direi che ne vado orgoglioso. Non compongo canzoni per compiacere qualcuno o per arruffianarmi il pubblico del momento.

La musica nasce da una necessità, asseconda un bisogno profondo di esprimere emozioni che in nessun altro modo troverebbero una voce. Come si può conciliare due esigenze così distanti mi chiedo? Tanti artisti, nel corso degli anni, hanno mutato più volte il loro vestito sonoro per adeguarsi a ciò che più funziona in un preciso momento storico piuttosto che in un altro. Trovo che questa operazione, per quanto consueta, sia semplicemente aberrante.

Continuerò a cantare in inglese e a comporre brani che rispecchiano chi sono senza tradire le mie radici e il percorso che ho seguito fin’ora.

Ho la percezione che questo disco sia pieno di testi assai impegnativi (mi perdonerai se sono poco capace di comprendere l’inglese). Dunque ho questa percezione che mi viene da un cantato che non si adagia banalmente sulla melodia e spesso non sembra farlo con comodità. Ecco per capirci è una sensazione paragonabile a quella che ho ascoltando il cantato di De Gregori.

Non voglio paragonare i contenuti ma ti chiedo: i testi di questo nuovo disco di Fab che componente e che peso hanno dentro la costruzione dei brani?

Il peso specifico dei testi di “Maps for moon lovers” èpè enorme. In fondo sono un semplice cantautore, tutti i miei brani prendono forma cantando con una chitarra acustica e un po’ di questa intimità credo si possa rinvenire anche nelle versioni finali ed “elettriche” che si ritrovano su disco. Racconto storie, parlo di personaggi e frammenti di vita, il linguaggio è tutto. La parola usata è frutto di una ricerca, a volte lunga e faticosa.

Non mi accontento di dire qualcosa in un modo che è già stato detto ma provo a raccontarlo in modo differente. Ti ringrazio per aver citato un monumento come De Gregori, per quanto molto distante dalla musica che scrivo, ma il paragone mi pare utile ad evidenziare una effettiva peculiarità nella composizione che sicuramente mi appartiene.

Titolo davvero emblematico. A tradurlo mi verrebbe da dire: una mappa per gli amanti lunari. Cioè?

Un suggerimento urlato e allo stesso tempo sussurrato, un invito a trovare nuove rotte, a battere sentieri diversi e meno conosciuti. Le canzoni di questo disco sono storie animate da personaggi in cui ciascuno può ritrovarsi e riconoscersi. Protagonisti imperfetti alle prese con forti emozioni che spesso non sono in grado di gestire così come la società attuale impone.

E proprio da questa incapacità nascono la diversità e la bellezza delle storie che hanno da raccontare. La luce della luna veglia su di loro e li protegge, illuminando il loro cammino nelle notti più scure.

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Guardi e canti spesso alla luna? Altra sensazione di questo disco…

Certo, l’ho fatto milioni di volte. E credo che continuerò a farlo ancora. “How high the moon”, il primo singolo estratto dal disco, è stata composta in una splendida notte di luna piena, una musa ispiratrice, pungente e conciliante, a suggerirmi questa storia struggente di un’amore ingombrante e difficile da gestire. Il lato oscuro dell’amore, quello vero, quello che non concede sconti e profuma di verità.

Un po’ come l’altra faccia della luna, quella che sappiamo tutti che esiste ma facciamo finta che non ci sia. Alziamo sempre gli occhi al cielo per ritrovarci, perderci, inveire o trovare risposte. E la luna è là a riempire un nero enorme, ci rinfranca e ci coccola nello smarrimento, una costante fonte di ispirazione.

E poi gli arrangiamenti mi fanno pensare che dal rock, almeno ora, hai voluto prendere la vena di rassegnazione più che quella di rivoluzione… che mi rispondi?

Se per rassegnazione intendi la ricerca di un colore “scuro” è molto probabile che sia vero. Ma allo stesso tempo ci sono brani, come ad esempio “The same floor”, che sono molto lontani dall’essere sintomo di rassegnazione. C’è molta speranza e voglia di cambiamento, così come in “Colors” in cui la strofa finale ripete “Stasera andrà tutto bene” nonostante le amare vicissitudini della protagonista.

È un disco che invita alla rivoluzione, al riconoscimento della necessità di un mutamento. Il loop iniziale di “Shoreditch girl” lo definirei quasi ironico e giocoso, a metà strada tra Pacman e i Kraftwerk. È un disco molto variegato dal punto di vista prettamente musicale, frutto di una lunga ricerca volta ad individuare nuovi suoni e soprattutto a coniugare elettronica e strumenti tipici del brit rock.

Far andare d’accordo un microkorg con un piano rhodes può sembrare un’operazione altamente difficile ma se hai le idee chiare sul da farsi tutto diventa possibile. Sono sfide entusiasmanti che, a mio avviso, proiettano la musica rock verso il futuro.

La redazione di MIE
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