Dap, un cantautore dalle Resonances lontane

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Dap, un cantautore dalle Resonances lontane
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Lui si chiama Andrea D’Apolito, 31 anni, romano nato a Pisa. Questo è quello che dice la carta d’identità, perché poi c’è un’altra realtà. Quando Andrea imbraccia la chitarra si trasforma in DAP (nome d’arte facilmente intuibile dal cognome) e allora spazio e tempo, età e origini svaniscono come per incanto.

Resonances, il suo primo album, è questa la sensazione che regala. Inizia il disco, le prime note di Crossroads pulite, armoniche, semplici che ti riportano indietro di decenni. Poi arriva la voce di DAP e allora quella che era una vaga sensazione diventa certezza: questo è l’album di un cantautore come non se ne sentono più. Di quelli all’antica, che fanno sgorgare musica direttamente dal loro cuore. La scelta di cantare in inglese non svilisce per niente la portata emozionale. Anzi, la lingua della regina sembra esaltare la voce calda del cantante.

Le otto tracce sono un viaggio nelle emozioni di DAP. E’ lui che si mette a nudo, ci racconta il suo particolare, romantico modo di vivere la vita. Non si parla di storie d’amore, si parla d’amore in senso pieno, puro. Resonances è uno di quei dischi perfetti per un percorso in auto, magari il primo pomeriggio, con il mare di fianco. In alternativa, lo chef consiglia pure di gustarvelo come abbiamo fatto noi: distesi su un letto in totale solitudine, gli occhi che si chiudono, i ricordi affiorano, la musica che ti accompagna.

A voler fare (scomodi) paragoni, DAP ricorda Paolo Nutini nei suoi pezzi più melodici o, volendo rischiare la blasfemia, l’immenso Jeff Buckley. La voce dolce ma decisa, la chitarra predominante in un contesto dal forte sapore folk. In sintesi: avete presente l’immagine da film del tizio seduto sul palco di un vecchio locale, su di una vecchia sedia che canta suonando la chitarra con alle spalle la sua band e il viso sfigurato dall’emozione che prova per quello che sta facendo? Ecco, questo è DAP. O almeno è così che lo immagini ascoltando la sua musica.

Un album che ha avuto una lunga gestazione: le intenzioni iniziali nel 2010 erano quelle di un lavoro acustico e solista, il risultato finale invece poggia sulla collaborazione con al basso Toto Giornelli, alla chitarra elettrica Claudio Toldonato e alla batteria Antonio Marianella. Il tutto impreziosito da alcuni featuring con voci femminili e altri interventi strumentali.

Il primo singolo estratto è Stand Back, definito dallo stesso autore definisce come “un bilancio che sembra negativo, fatto di sabbia che scorre tra le dita ma che allo stesso tempo lascia un segno positivo, perché quella sabbia si accumula e forma qualcosa di tangibile”. Ed è questo il senso dell’intero disco, che scorre via veloce, ti sfugge, come sabbia tra le dita, ma quando è finito, ti resta la sensazione di aver fatto un viaggio con l’artista, al di là di spazio e tempo.

La redazione di MIE

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