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Bologna si risveglia con un nuovo sound: ecco i Dade City Days. L’intervista su MIE.

Bologna si risveglia con un nuovo sound: ecco i Dade City Days. L’intervista su MIE.
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Salvatore Imperio
di Salvatore Imperio

Suono morbido, ambientazioni dreamy con chitarre dilatate, ritmiche ipnotiche e una voce quasi sussurrata che racconta piccole finestre temporali di una (o più?) storie d’amore.

 

Dopo “VHS” l’album d’esordio uscito nel 2016, la band bolognese ha pubblicato “Free Drink”, registrato da Alessandro Di Sciullo e mixato da Matteo Cantaluppi.

Queste otto tracce sono otto parti di un disco notturno, metropolitano, che si muove tra l’intimità di un film in casa e il caos di concerti e locali notturni.

 

Long Island, il videoclip ufficiale

L’intervista alla band

Quali differenti aspetti troveremo in “Free drink” rispetto ai vostri esordi?

 

In questo disco siamo stati forse meno diretti, “VHS” al primo ascolto dava più l’idea di un flusso emozionale spontaneo. Con “Free Drink” ci siamo immersi maggiormente, abbiamo sperimentato e curato molto più i suoni e le atmosfere, c’è stata anche una lunga costruzione nella struttura e nelle ritmiche dei brani, che anche se paiono molto dirette e facili all’ascolto hanno molti più intrecci del precedente lavoro. 

 

È stato molto più un lavoro di studio che di esecuzione in realtà.

 

Ascoltando i due album ho notato una sperimentazione protagonista in “VHS” mentre in “Free Drink” vedo una ricerca più tendente ai generi del momento. Cosa vi ha portato a questo leggero cambio di rotta e cosa avete in mente per le sonorità future?

 

In questo disco abbiamo preferito fare quel che ci piaceva fare: riuscire a scrivere quello che era più facile immaginare rimanendo spontanei. Come se ci fossero due spontaneità diverse. 

La spontaneità nell’atto pratico del suonare rispecchia molto più “VHS”, jack nell’ampli, reverbero a palla e si comincia. 

 

In “Free Drink” le sonorità sono quasi partite prima dalla voce. Infatti è stata messa più in risalto rispetto al primo lavoro e quindi tutto girava intorno alla melodia vocale. 

 

“Free Drink” potrebbe essere riproposto anche in fase acustica chitarra-voce ed era quello che volevamo.

MIE – Vol.10: ascolta la nostra playlist su Spotify.

 

Possiamo dire che le canzoni di “Free drink” siano influenzate dalla notte bolognese, dalla “balotta” e dal fare serata dopo una settimana tra lavoro e studio. Quali canzoni di questo album hanno poi trascinato, la vostra band, nella composizione delle altre canzoni contenute nell’album?

 

Credo che il primo pezzo scritto di questo disco fosse “Astro pop”.
Anche se il testo forse è stato uno degli ultimi a esser pronto, il suonato è quello che ha creato il campo da gioco per costruire poi gli altri. 

 

Io (Andy), Mara e Miky abbiamo contaminazioni molto diverse e questo ha, comunque, sia creato una certa particolarità nelle sonorità anche con l’ausilio dell’elettronica che in questo disco ho curato interamente io (Andy). 

 

Alcuni pezzi sono venuti fuori molto più electro-pop come “HI-Fi”.
Alltre più dream come “Daiquiri”. “Long Island” e “French 75” hanno messo molto più a fuoco quel che volevamo trasmettere in questo disco, testi più narrativi, di vita vera, e magari meno criptici nei temi trattati.

 

Parliamo di Bologna, la vostra città, città che ha visto la nascita di MIE. In dieci anni ho notato una distruzione di un ambiente musicale che era in pieno fermento e dava spazio alla musica sperimentale e a band che si accingevano ad avventurarsi nella giungla musicale.

Mi piacerebbe sapere se avete la stessa percezione e se proprio Bologna vi ha dato lo spazio per presentare la vostra visione di musica.

 

Bologna era piena di locali notturni che facevano musica dal vivo. Potevi trovare di tutto, dal brit-pop, alla new wave, al jazz, metal, veramente di ogni. 

 

Il problema c’è stato quando la richiesta è andata sempre più scemando, le persone che vanno ai concerti sono sempre meno, la gente si muove per i nomi del momento, che magari fanno trap o rap e i gestori dei locali si sono sempre più abituati a far solo dj set piuttosto che concerti. 

 

Ovviamente esistono ancora realtà che funzionano e che vanno avanti nonostante questo, ma notiamo sempre più insofferenza. 

 

La gente non si muove più perché ora più di prima è tutto più facile da ascoltare e, magari, si ha meno voglia di ascoltare band poco conosciute.

Ascolta “Free Drink” su Spotify

 

Molte sono state le collaborazioni/avventure a cui avete partecipato. Quali sono state quelle che vi hanno fatto fare quel balzo verso una maturazione artistica?

 

Sono state tutte più o meno importanti. Abbiamo suonato tanto, abbiamo superato oramai quota 80 concerti e alle volte ti metti alle spalle situazioni che poi ti fanno crescere. 

 

È stato importante, per noi, conoscere band come i Neon con cui abbiamo suonato diverse volte e con cui abbiamo collaborato per l’incisione di un nostro brano (Fair Play). 

 

Conoscere band storiche ti aiuta anche a capire cosa c’è dietro un disco e cosa bisogna fare per ottenerlo. Non è come a volte si pensa: uno si chiude in studio e tira fuori 14 pezzi.

 

Ci sono molti passaggi che abbiamo iniziato a capire come affrontare e a volte non sono tutte rose e fiori, ma è importante credere in quel che si fa, e soprattutto fare quel che più piace.

 

A poche settimane dalla fine del 2019, come valutate l’anno dei Dade City Days?

 

Il disco è appena uscito, quindi è presto per tirare le somme. E’ stato sicuramente importante per noi tornare a suonare in giro, credo sia la cosa più bella.

 

Quali saranno gli obiettivi che vi siete posti per il nuovo anno?

 

Riuscire a suonare il più possibile, ci piacerebbe superare quota 100, ovviamente quota 100 concerti, visto che alla pensione coi tempi che corrono sicuramente non ci arriviamo.

 

DADE CITY DAYS

http://www.dadecitydays.com/

 

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