Adriano Tarullo: un nuovo video per “Storie di presunta normalità”

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Adriano Tarullo: un nuovo video per “Storie di presunta normalità”
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Eccolo Adriano Tarullo e questo nuovo disco dal titolo “Storie di presunta normalità” che oggi si arricchisce di nuovo videoIl suo blues acustico che questa volta si tinge di un pop decisamente italiano e meno “dialettale” come ci ha sempre in qualche modo mostrato nelle sue scritture.

Spazio al singolo “Bastarda malattia”, storia struggente, uno spaccato personale di tanti probabilmente.

La malattia di un anziano che piano piano lo consuma, nella memoria come nella sua normalità.

Anche in questo nuovo equilibrio torna con forza poetica il concetto di “presunta normalità”. Su MIE torniamo ad ospitare progetti che sono anni di carriera lontani dall’essere d’esordio. Ecco un’altra delle tante finestre che si apre sulla ricchezza cantautorale della scena indie italiana.

L’intervista a Adriano Tarullo

Nuovo video per tornare a dar voce al disco “Storie di presunta normalità”. Probabilmente che sia proprio questa la storia più strana della tua normalità?
Sicuramente è la storia che sento molto perché l’ho vissuta in prima persona. Normalmente un malato di Alzheimer viene considerato simpaticamente come un vecchietto che perde la memoria. Questa è la presunta normalità. In realtà c’è un dramma familiare dietro questa malattia.

L’Alzheimer comporta schizofrenia, aggressività e altre caratteristiche che ostacolano fortemente l’assistenza al malato, considerando che deve essere fatta 24 ore su 24. C’è una progressiva perdita dell’identità della persona (non riconosce più i suoi figli, il coniuge) e questo comporta una profonda sofferenza. Solo in Italia ci sono 600000 malati di Alzheimer con le relative famiglie. Alcuni familiari non riescono a gestire la situazione e cadono in depressione. Questa è la verità che si nasconde dietro un normale e simpatico nonnetto malato di Alzheimer.

Bello comunque il concetto di normalità. Cos’è per te la normalità?
La normalità è una condizione che viene accettata dalla maggior parte delle persone come consueta. A volte però questa condizione andrebbe indagata perché potrebbe nascondersi in essa un’ordinaria follia.

A volte manca la capacità di mettersi dall’altra parte, di cercare di capire una storia da chi la vive realmente. Altre volte manca la capacità di chiedersi se un’attività che viene svolta quotidianamente, dettata dal comune pensare, sia poi così ragionevole e conveniente per se stessi.

E questo disco, che forse potremmo chiamare un concept album, pensi si possa classificare come “normale”? Forse “Classico”?
Un disco normalissimo. Classico, in cui non ho inventato nulla, non c’è un nuovo genere o chi sa che cosa. Il cantautore ha sempre raccontato storie e dal punto di vista musicale non c’è nessuna novità sonora. Cerco di scrivere e di suonare prendendo spunto dalle eccellenze che mi hanno preceduto, almeno ci provo.

Negli anni ’60/70 c’è stato il tempo in cui si sperimentava e c’era la possibilità di farlo perché c’era un’attenzione specifica. Oggi se sgarri un ritornello sei out.

Adriano Tarullo è anche e soprattutto un chitarrista. E qui il rimando a Ivan Graziani è immediato, forse è l’associazione più sfacciata che ci viene da fare…
A me, se non fosse per la diversa regione di provenienza, verrebbe da fare più un’associazione con Pino Daniele. Era chitarrista e cantautore ma, a differenza di Ivan Graziani, ha iniziato a cantare totalmente in dialetto.

Come più tardi ho fatto anch’io, utilizzando anche il blues. A dire il vero, anche se li apprezzo molto di più adesso, sono andato ad ascoltare attentamente la discografia di entrambi non subito. Nei miei riferimenti c’è la musica angloamericana e per quanto riguarda i cantautori nostrani ho ascoltato più De Gregori e Guccini.

Canzone d’autore oggi: cosa è rimasto di quel mondo che appunto Graziani come De Gregori e tanti altri ci hanno lasciato in eredità?
Ė rimasto molto da cui poter attingere, sia come cantautori, sia come ascoltatori. Hanno fatto la storia della musica italiana. Fanno parte della grammatica musicale italiana. Chi vuole scrivere canzoni dovrebbe approfondire la nostra storia musicale. Essere coscienti di quello che siamo stati. Poi ognuno è libero di ascoltare altro o di esprimersi come vuole con altri approcci musicali o letterari.

Musica e parole. Il dialogo è a pari merito. Ma ci sono momenti o canzoni in cui ti sei sentito più scrittore o più musicista? E in generale… cosa prendi prima, la penna o la chitarra?
A volte sono cosciente che una canzone ha un testo più rilevante, altre volte lo è la musica. A volte il testo è volutamente spicciolo, altre volte la musica è creata in funzione del testo. Bisogna capire anche qual è l’intenzione della canzone. Generalmente è l’idea che mi deve convincere e questa può essere più rilevante nel testo o nella musica oppure entrambe devono conciliare nel miglior modo possibile.

A volte mi sono sentito più scrittore, altre più musicista. Sta di fatto che creo molto di più con la chitarra. Ho parecchi spunti di canzoni o di brani strumentali, registrati e tenuti in stand by. Di testi ne ho molti di meno. In generale prendo la prima la chitarra senza la penna…suono con le dita!

Paolo Tocco

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